La Corte di Giustizia sulla prescrizione dei reati di frode fiscale

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha recentemente emesso una sentenza relativa all’incidenza della prescrizione sulla repressione dei reati di frode fiscale in Italia. Il quesito che la Corte si è trovata ad affrontare consisteva nel valutare se la norma penale di cui all’art. 160 c.p. ultimo comma, come modificata dalla Legge 251/2005 crei un’ipotesi d’impunità per quanti commettono reati fiscali in territorio italiano.

Occorre anzitutto partire dalla vicenda che ha dato origine al processo. Si trattava di un caso di c.d. “frodi carosello”, attuato da una vera e propria associazione per delinquere tra imprenditori finalizzata a commettere diversi delitti di evasione dell’IVA. In sostanza, attraverso fatturazioni tra società interposte mediante emissione di documenti falsi, gli imputati avevano dato vita a numerose operazioni esenti IVA.  In questo modo potevano rivendere i prodotti così acquistati ad un prezzo nettamente inferiore a quello normalmente praticato sul mercato.

I reati ascritti sono puniti dal d.lgs. 74/2000 agli artt. 2 e 8, che prevedono la reclusione fino a sei anni. Ma occorre anche considerare che gli imputati avevano creato una associazione a delinquere, punita dall’art. 416 c.p., reato per cui è prevista una pena massima di 7 anni (la pena è della reclusione fino a 5 anni per coloro che si limitano a partecipare al sodalizio criminale). L’ultimo atto interruttivo della prescrizione era costituito dal decreto di fissazione dell’udienza preliminare.

In base alla nuova disciplina introdotta dalla Legge. 251/2005, “la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge…”; l’art. 160 c.p. prevede poi che in caso di interruzione della decorrenza della prescrizione il termine ricominci a decorrere dalla data di cessazione della causa interruttiva stessa. In base all’ultimo comma dell’articolo 160 c.p., i termini massimi non possono mai superare quelli stabiliti dall’art. 161 secondo comma: l’aumento non può essere superiore ad un quarto del tempo necessario a prescrivere.

Nel caso di specie, considerata l’interruzione dovuta al decreto di fissazione dell’udienza preliminare, i reati per promotori e partecipanti all’associazione criminale finalizzata alla commissione di frodi fiscali, si prescriverebbero entro il 18 febbraio 2018. Ebbene, il giudice a quo si interroga sulla legittimità della disciplina italiana della prescrizione con riferimento a questi reati dal momento che sicuramente, visto il termine massimo stabilito ai sensi dell’art. 161 comma secondo, considerando i tempi dei procedimenti penali in Italia, non sarà possibile concludere il processo in tempo utile per una sentenza definitiva.

Il problema sollevato dal giudice del rinvio è piuttosto logico:

  • Il tipo di reato contestato agli imputati è relativo all’evasione di milioni di euro, e normalmente per l’accertamento di tali fattispecie sono necessarie lunghe e complesse indagini;
  • la normativa italiana consente agli imputati di tali reati di poter sfuggire alla condanna grazie ai termini di prescrizione previsti dagli artt. 160 e 161 c.p.;
  • la disparità di trattamento rispetto ad altri Stati membri dell’Unione Europea potrebbe risolversi in una sorta di concorrenza sleale tra imprenditori dello spazio comune europeo, così in violazione dell’art. 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (d’ora in avanti TFUE).

La Corte di Giustizia, dopo aver valutato l’ammissibilità del rinvio pregiudiziale, elabora in modo chiaro ed approfondito un’analisi della normativa europea in tema di lotta all’evasione fiscale.

Il punto di partenza di tale operazione ermeneutica è, inevitabilmente, il Trattato UE. In base all’art. 4 par. 3 del TUE, gli Stati membri devono adottare le misure più idonee al fine di garantire:

  • la riscossione dell’IVA dovuta in base alle leggi nazionali;
  • la lotta alla frode e all’evasione fiscale all’interno dei loro territori.

In base all’art. 325 TFUE, infatti, gli Stati membri sono impegnati nella predisposizione di misure atte a contrastare ogni condotta che leda gli interessi finanziari della comunità. L’obbligo è stato richiamato anche dalla Direttiva Comunitaria 2006/112 e vi sono altre norme comunitarie che impongono agli Stati membri di attuare politiche di prevenzione e repressione delle condotte di evasione e frode fiscale.

Vi è ad esempio il provvedimento del Consiglio Europeo, che nella decisione 2007/436 del 07.06.2007 aveva già stabilito che tra le risorse dell’UE figurano anche le entrate provenienti “dall’applicazione di un’aliquota uniforme, valida per tutti gli stati membri,  agli imponibili IVA armonizzati, determinati secondo regole comunitarie” (art. 2 par. 1 lett. B). in base a tale interpretazione della norma comunitaria, il bilancio dell’Unione Europea dipenderebbe,tra gli altri fattori, anche dalla quantità di gettito IVA che ciascuno Stato membro riesce a riscuotere.

L’Unione Europea, essendo priva di competenza penale diretta, demanda agli Stati membri il compito di predisporre l’apparato sanzionatorio che ritengono più efficace in accordo con i principi e le norme interne. È di tutta evidenza che, nella lotta contro l’evasione fiscale, il sistema sanzionatorio più efficace per la prevenzione e repressione dei reati finanziari è quello penale.

Nel 2012 l’Unione Europea ha emanato la direttiva cd. “PIF” (COM(2012)363) relativa alla lotta contro le frodi che ledono gli interessi finanziari dell’UE mediante il diritto penale.

L’art. 3 della direttiva riporta una definizione molto articolata di “frode”, in sostanza riconducibile alle condotte attive ed omissive intenzionali sia con riferimento alle entrate che alle spese, analoghe a quelle punite dal D.Lgs. 74/2000 per le quali gli imputati erano stati tratti a giudizio.

L’Italia dunque ha un apparato di norme penali dirette a combattere e punire l’evasione fiscale, ma queste disposizioni sono efficaci rispetto all’impegno previsto dall’art. 325 TFUE e quindi dalla direttiva PIF del 2012?

Secondo la Corte UE non lo sono. O meglio, lo sarebbero se il loro effetto non venisse vanificato, nella maggioranza dei casi, dalla disciplina sulla prescrizione del reato. Anche la previsione di cause interruttive della prescrizione non è sufficiente a garantire che i procedimenti penali giungano a conclusione con una sentenza nel merito prima che intervenga la causa estintiva del reato.

Ancora una volta, insomma, entra in gioco l’eccessiva complessità e durata dei procedimenti penali in Italia, motivo per il quale il nostro Paese è già stato sanzionato più volte. Quale soluzione si prospetta dunque? Il Giudice nazionale dovrebbe di volta in volta valutare se nel caso concreto la norma italiana sia compatibile con la tutela degli interessi finanziari della Comunità Europea, perseguiti dalle direttive e dal Trattato; di conseguenza, in virtù del principio del primato del diritto comunitario, disapplicarla qualora non assolva a tale funzione.

In sostanza, quindi, la normativa interna in tema di prescrizione del reato, a causa dei tempi processuali e nonostante le cause interruttive previste dal Codice di rito, vanifica le norme penali sostanziali repressive dei reati finanziari, attraverso le quali l’Italia dovrebbe ottemperare agli obblighi assunti ex art. 325 TFUE e da ultimo con la direttiva “PIF”.

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