Il Tribunale di Asti sul principio del ne bis in idem tra sanzione amministrativa e penale per gli illeciti tributari

La pronuncia in esame scaturisce dalla vicenda di un soggetto destinatario di un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate per aver omesso la presentazione della dichiarazione dei redditi per l’anno 2007. L’Ufficio accertatore aveva comminato una sanzione di € 552.994,20 a fronte di un imponibile evaso di € 730.347,00, per violazione degli art. 1 e 5 del d.lgs. 471/1997.

In seguito lo stesso soggetto era stato imputato per il reato previsto dall’art. 5 del d.lgs. 74/2000 per non aver dichiarato il volume d’affari dell’anno 2007 così evadendo l’Imposta sul Valore Aggiunto per un ammontare di € 497.474,00.

La difesa dell’uomo aveva avanzato la richiesta di pronuncia di non luogo a procedere per violazione del principio del ne bis in idem, in quanto l’imputato era già stato sanzionato dall’Agenzia delle Entrate per lo stesso fatto illecito.

Il primo problema sollevato nel corso del processo è stato quello relativo alla diversa qualificazione giuridica data dal legislatore alle sanzioni applicabili all’evasore: quella “amministrativa”, già irrogata, e quella “penale” minacciata dalla Procura con la citazione a giudizio.

Il Tribunale di Asti pone come fondamento della propria decisione l’orientamento della Corte di giustizia della Comunità Europea che si è consolidato a partire dalla sentenza Engel c. Paesi Bassi dell’8 Giugno 1974. Tale orientamento, in sintesi, ritiene che il nome formalmente attribuito alla sanzione da ciascun ordinamento interno sia relativo: il carattere “penale” piuttosto che “amministrativo” di una pena sarebbe infatti dipendente da due caratteri sostanziali della pena: la gravità e la finalità principalmente repressiva. Ciò che rileva sarebbe dunque la natura intrinseca della pena, non il suo nomen juris, frutto di una scelta legislativa interna.

In base a questo approccio, nel caso di specie secondo i giudici piemontesi sarebbe palese l’intrinseca natura penale della sanzione amministrativa irrogata all’imputato da parte dell’Agenzia delle Entrate: il pagamento di una cifra pari a più del 75% dell’imponibile evaso presenta senza dubbio i caratteri della gravità e finalità preminentemente repressiva della misura sanzionatoria, che dunque atterrebbe sostanzialmente al diritto penale.

Partendo dal presupposto che l’imputato sia già stato attinto da una sanzione di stampo “penale”, secondo i criteri della sentenza Engel, al fine di valutare la fondatezza della tesi difensiva occorre valutare se i fatti contestati dall’Agenzia delle Entrate prima e dalla Procura della Repubblica poi siano i medesimi: in tal caso potrà infatti parlarsi di violazione del principio del ne bis in idem.

Due sono i tipi di approccio che possono essere utilizzati per effettuare tale analisi: quello seguito da altri ordinamenti internazionali nonché dalla CEDU, al fine di garantire ai cittadini la certezza del diritto reputa necessario valutare l’identità materiale e non giuridica del fatto. La Corte di Cassazione italiana utilizza invece un criterio basato sull’analisi della fattispecie astratta del reato e dunque ritiene che mai possa esservi identità di fatti, poiché dal punto di vista penale molteplici sono gli elementi che aggravano la condotta descritta dalla norma penale rispetto a quella punita a livello amministrativo.

I Giudici di Asti al contrario aderiscono all’interpretazione più internazionale ed Europea, e trovano conforto anche nel dato letterale, analizzando le norme che prevedono le sanzioni applicabili e da ciò ricavando ulteriori conferme dell’identità dei fatti materiali censurati.

L’art. 1 del decreto legislativo n. 471/1997 punisce l’ “…omessa presentazione della dichiarazione dei redditi….”; l’art. 5 del medesimo decreto parla di “…omessa presentazione della dichiarazione annuale dell’imposta sul valore aggiunto…” ed infine l’art. 5 del decreto legislativo n. 74/2000 prevede la pena della reclusione da uno a tre anni per chiunque “…non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte…” (ovvero imposte sui redditi e sul valore aggiunto). Da tale analisi emerge che la condotta punita con sanzioni che hanno un diverso nome formale, è sempre e comunque rappresentata dal fatto materiale di aver omesso di dichiarare i redditi percepiti ai fini IVA o di imposta sui redditi.

Alla luce di questa disamina, partendo dal presupposto che si debba applicare il principio del ne bis in idem così come scaturente dall’interpretazione europea, i Giudici di Asti si interrogano sulla possibilità di applicare l’art. 649 c.p.p. al caso di specie, soprattutto in virtù del fatto che il provvedimento sanzionatorio adottato dall’Agenzia delle Entrate non è dotato del carattere dell’irrevocabilità richiesto dal primo comma dell’art. 649 c.p.p..

Va considerato che anche per la Corte Costituzionale il principio del ne bis in idem è annoverato tra quelli generali che si riverberano sull’intero ordinamento giuridico interno. Nella sentenza Grande Stevens del 2014 la CEDU ha ribadito questo concetto, ritenendo che alla stregua di tale immanente principio di diritto, laddove si ravvisi la sussistenza di un bis in idem tra sanzioni amministrative e penali, l’art. 649 c.p.p., vada applicato direttamente al caso di specie. Esso sarebbe infatti suscettibile di applicazione analogica in quanto ricalca il principio generale del divieto di doppia incriminazione.

Resta il problema della irrevocabilità del provvedimento, richiesta dal primo comma dell’art. 649 c.p.p.; ma anche questo viene superato dai Giudici di Asti sulla scorta di una sentenza della Corte di Cassazione a sezioni Unite, che nel 2005, ancor prima della sentenza Grande Stevens, aveva sostenuto che il requisito dell’irrevocabilità del provvedimento sanzionatorio precedente non fosse necessario. Tanto più, secondo i Giudici di Asti, dal momento che il cittadino, in base all’art. 4 CEDU con l’applicazione di questo principio non viene tutelato dal pericolo di una doppia sanzione, ma da quello di una doppia incriminazione.

Il Tribunale di Asti, alla luce delle considerazioni svolte, decidendo in contrasto con gli orientamenti della Corte di Cassazione circa l’identità del fatto illecito e l’applicabilità diretta dell’art. 649 c.p.p. in quanto espressione del principio del ne bis in idem, ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti dell’imputato poiché già giudicato e condannato per il medesimo fatto.

Trib. Asti, Sez. Penale, 7 maggio 2015

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